
Il Colosseo a Roma, la Mole a Torino, la Torre di Pisa, la Federico II a Napoli, l'Agenzia delle Entrate a Milano, la stazione di Palermo e poi le università di Firenze, Bologna, Ancona, Bari, Venezia, Trieste, Ferrara, Siena, Lecce, Teramo, Perugia e Cagliari. L'ondata della protesta studentesca di questi giorni non ha risparmiato nulla, travolgendo con la sua potenza contestataria le maggiori città italiane, i luoghi simbolo del nostro Paese, per sfociare infine nel santuario della politica italiana: il Senato. L'irruzione di decine di ragazzi a Palazzo Madama ricorda molto la presa della Bastiglia durante la rivoluzione francese del 700, e non solo per il numero di pregiudicati e galeotti presenti nell'una e nell'altra. Un'ondata di protesta che ha lasciato l'Italia esterrefatta, allibita di fronte alla dirompente capacità dei nostri ragazzi di dire ancora NO. Dire No ad una riforma che rischia di assestare il colpo di grazia all'istruzione e alla ricerca italiana, già sofferenti dopo anni di lassismo ed apatia. Anni in cui si è si parlato di istruzione e di cambiamento ma sempre nei termini sbagliati. Anni in cui si è cercato di salvare un sistema zoppicante con interventi inutili e codardi, che tutto hanno fatto tranne che cambiare realmente le cose. Sta di fatto che adesso in Italia l'istruzione, l'università è la ricerca sono al palo, rischiano di esalare l'ultimo respiro prima di soccombere definitivamente. Soprattutto quelle pubbliche, colpite dalle cieche accettate del Ministro Gelmini che con la scusa di combattere i baronati compromette l'inetro sistema, ancor una volta a vantaggio delle istituzioni private. Ecco che a scendere in piazza sono allora i ragazzi stessi, i protagonisti dell'istruzione e della ricerca italiana, coloro che detengono nelle loro mani il futuro del nostro Paese. E scendono in piazza a modo loro, manifestando con il cuore in mano il loro dissenso, con striscioni, cuori e bandiere. Una manifestazione nazionale che urla al cielo una delle vere emergenze dell'Italia, mentre a Roma non si fa che parlare di Berlusconi, Fini e delle nuove alleanze. Mentre la politica è impegnata come al solito a parlare di se stessa, ecco che i nostri ragazzi parlano del mondo reale, del rischio che in Italia l'istruzione diventi ad appannaggio solo di chi se lo può permettere e che la ricerca smarrisca se stessa. Migliaia di ragazzi che con un colpo di reni hanno inondato le strade italiane, stanchi di essere emarginati e schiacciati da una società gerontocratica che non vuole altro che sfruttarli. Sono i nuovi schiavi moderni, costretti a lavorare per niente e a sognare un futuro che non arriva male. Forse la riforma dell'istruzione è stata solo la scintilla che ha fatto scoppiare la polveriera della protesta di una generazione che rischia di essere venduta al diavolo degli interessi di pochi capitan Nessuno. L'altro giorno gli schiavi hanno rotto le catene, hanno alzato la testa di fronte ad un padrone che non riconoscono più. Hanno urlato la loro voglia di avere un futuro, il loro diritto allo studio, al lavoro e alla vita. E lo hanno fatto a loro modo, con l'originalità caratteristica di questa età, occupando i luoghi simbolo di un Paese che sembra essersi dimenticato di loro. Altri hanno occupato i tetti delle facoltà, impiantando tende e sfidando le rigide temperature di questi giorni che profumano già d'inverno. E questo per il diritto allo studio e alla ricerca, due elementi essenziali alla sopravvivenza di un Paese, ma che questo Governo sembra aver completamente dimenticato. Ma un Paese che non valorizza le generazioni più giovani è destinato a scomparire, all'agonia morente di un sistema ottuagenario. “L'Italia è il Paese dei dinosauri” si diceva in un celebra film di Marco Tullio Giordana, niente di più vero. Dinosauri che rischiano di condannare all'estinzione il genio e il brio dei ragazzi, che rischiano di trascinare l'Italia ancora più a fonde negli abissi dell'ottuso passatismo figlio di politici nati al di là delle barricate. Per questo non posso che guardare con occhi di speranza la manifestazione di questi giorni, speranza in una generazione di ragazzi che non ha ancora rinunciato a lottare. Anche non approvando gli scontri che si sono prodotti in qualche circostanza con le forze dell'ordine, in quanto ogni manifestazione, anche la più sentita, non deve mai sfociare nella violenza, l'impeto con cui questi ragazzi hanno aperto la porta e sono usciti per strada non può che riempire l'animo di romantica gioia. Come al solito si è cercato di condannare questi ragazzi come “facinorosi”, “estremisti”, “manipolati dalle sinistre”. Qualcuno ha perfino detto che “un Paese civile dovrebbe menarli”. Non fa niente, Bersluconi e la società che del berlsuconesimo è figlia ci ha abituati a tutto, alle etichette, alle strumentalizzazioni, fino anche agli insulti. Ormai non importa più, tutto questo sta per finire, il berlusconesimo è arrivato ormai al suo ultimo tramonto. Quello che resterà sono questi ragazzi e la loro forza vitale, ai quali, sempre se agiranno pacificamente, andrà tutta la mia vicinanza. D'altronde qualcosa del genere era già successo, gli studenti sono già scesi in piazza per scuotere la società dal suo torpore e spingerla al cambiamento...è già successo...era il 1968!
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